Quando penso ai termini di attore, interprete, spettacolo, recita, ruolo… penso a fenomeni della nostra quotidianità e solo marginalmente al teatro o al cinema.

E per la maggior parte di noi questi termini sanno di cattivo: l’istinto culturale traduce “finzione” con “inganno” o come “fregatura”… come se chi è attore, o interpreta, o dà spettacolo, o recita metta in scena menzogna nel puro senso deteriore di questo concetto.

Non è questa la vera funzione della recita.

Nel mondo del teatro o del cinema chiediamo “verità” e “credibilità” ed è a queste che un ottimo attore dovrebbe tendere.

Di fronte ad un’ottimo attore non riusciamo realmente a concepire che non “sia così come sembra”.

La sua rappresentazione deve rispondere con credibilità al suo mondo interiore e questo si traduce in sincerità.

Perché nella vita reale dovrebbe essere diverso?

Ogni giorno recitiamo tanti ruoli ed è giusto che sia così… perché siamo via via diversi intimamente, a prescindere dall’ambiente circostante o in relazione ad esso.

Semmai, quando il “come” ci rappresentiamo si “scolla” da ciò che siamo in un determinato momento, intenzionalmente “a fregare” oppure per incapacità, allora generiamo l’impressione legittima di “falsità”: la recita non è sincera.

Non sempre una cattiva recita di se stessi è fatta in malafede.

Molto spesso i traumi della vita, l’ambiente in cui cresciamo, la cultura, gli esempi di vita impediscono quella perfetta rispondenza tra essere e apparire per cui assegnamo il timbro di “sincero”.

In questi casi, ma anche per le persone che ci appaiono come timide, introverse, impacciate, fredde, distaccate ecc., troverei Stanislawskij e il suo metodo molto più efficaci ed economici delle infinite sedute dallo psico-logo/analista/terapeuta.

Da un lato immagino la nostra esteriorità come il pallone di una mongolfiera che si affievolisce per lo scarso apporto di calore dalla fiamma del nostro io… e che perdendo volume lo soffocherà sempre più… in un circolo vizioso verso l’asfissia.

Dall’altro penso all’imitazione accurata, meditata, certosina e ripetuta di alcuni metodi pratici del mondo del teatro, come uno strumento per ricreare artificialmente quello spazio d’ossigeno vitale intorno, che possa consentirgli di riespandersi, riacquisire vigore e sostanza e fiducia, fino a quando possa esso stesso tenere ben gonfia la vela dell’esteriorità.

E’ un gioco a due, che almeno da un lato può e deve essere rimesso in moto.

Dal teatro, inteso questa volta in senso stretto, penso abbiamo molto da imparare dal punto di vista concreto, tecnico, di puro esercizio… in molti casi in barba a tante introspezioni simili a una vite senza fine, stesi su un divano col petto pesante e il fiato corto.