Quando la bile diventa rosso lava… quando il servizio Richard Ginori con filo in oro zecchino della bisnonna, sopravvissuto alla guerra vera, diventa un arsenale di frisbee… quando l’adolescenticidio non è frutto di un gioco sui neologismi ma si palesa alla mente come futuribile da qui a poco… quando la promessa di una vita insieme in salute e malattia diventa fatta da nonSoChiMaChiSaràStato… ebbene c’è un colpevole a monte.

Il responsabile è quella consistente parte del nostro cervello, materia bianca ma che tanto candida non è, che fa pesare la sua lunga carriera di centinaia di mila anni di esperienza sul campo, con affinamento delle migliori tecniche di diabolica sopravvivenza.

Sede degli istinti ed emozioni primordiali, al suo confronto le poche decine di mila anni di evoluzione della corteccia prefrontale sono esperienze da educanda dei primi giorni.

Sì, dovremmo essere preoccupati dalla gioventù della corteccia prefrontale e della sua poca esperienza, perché questa fa di noi quello che potremmo essere, cioè degli ometti collaborativi, orientati al progresso… perché è sede del giudizio, del controllo, del pensiero, del raziocinio.

E non a caso uso il condizionale “potremmo”, perché per svilupparla va continuamente coccolata, considerata, nutrita con lo studio, il confronto, il dubbio e l’esercizio.

Immaginiamola come un filtro a carboni attivi per tutte le scorie malefiche che provengono dalle sorgenti profonde… come acqua gettata sulla brace… un bromuro autoprodotto… nei casi più violenti un tappo a pressione… un depuratore della melma primordiale… sbizzarritevi per esaltarne il merito!

Ma non è così scaltra e diretta come il sistema limbico… ed è anche molto più lenta a reagire… quindi dobbiamo darle un congruo tempo per mettersi in moto.

Quella decina di secondi prima di reagire al primo piatto Ginori lanciato salva la vita, salva il rapporto, ci rende migliori, smonta l’aggressività dell’aggressore.

Abbracciarlo significa disarmarlo e disinnescare il conflitto.

Osservare se stessi e gli altri per quello che siamo, ovvero come un complesso meraviglioso di reazioni biochimiche, potenzialmente né buone né cattive, non è materialismo né meccanicismo fine a se stesso.

Dobbiamo essere in grado di guardarci come un oggetto… di osservarci come in un’esperienza extracorporea… di pensare i nostri pensieri.

Solo in questo modo, nel nostro piccolo quotidiano, il “potremmo essere” degli uomini e delle donne migliori diventerebbe un “siamo”.